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INGREDIENTI per 4 persone
  • 1,5 kg di gamberi d’acqua dolce
  • Qualche foglia di mentuccia
  • 1 rametto di maggiorana fresca
  • 1 ciuffo di prezzemolo
  • 2 spicchi d’aglio
  • 3 cucchiai d’aceto di vino bianco
  • 6 cucchiai di olio extravergine d’oliva
  • Sale
  • Pepe

 

 

PREPARAZIONE

Ponete sul fuoco una pentola con acqua salata e, quando sarà giunta a ebollizione, unite i gamberi. Lasciateli cuocere per 7-8 minuti, fino a quando non saranno diventati di colore rosso; scolateli e lasciateli intiepidire. Nel frattempo, fate un trito di mentuccia, prezzemolo, maggiorana e aglio, stemperatelo con olio e aceto, salatelo e pepatelo. Togliete alle code di gambero prima il guscio, poi gli intestini; ponetele in una terrina, conditele con la salsa e servitele.

 

Questa ricetta è della zona di Terni, dove spesso venivano portati in tavola i gamberi di Piediluco. A Norcia e a Foligno, si facevano invece i gamberi fritti: le code, pulite, si passavano in olio caldo, si salavano e si pepavano e, più recentemente, si aromatizzavano con peperoncino. Nelle zone in cui le acque offrivano gamberi, chi li pescava li metteva in grandi secchi e poi passava per le vie della città a venderli.

 

Per gentile concessione di Calzetti-Mariucci Editore.

 

«Dopo l’iscrizione all’Albo d’Oro del Comune di Perugia, voglio che il grifo mi accompagni nelle mie scalate. Voglio portare la peruginità in giro per l’Italia e non solo».

Con queste parole di Luca Panichi, nato a Magione 49 anni fa, spiega orgoglioso l’importante riconoscimento ricevuto. Lui è uno sportivo, un ciclista, uno scalatore. Uno che non si è mai arreso, nemmeno dopo l’incidente avvenuto nel 1994 quando aveva 25 anni: stava facendo quello che amava di più, la cronoscalata del Giro dell’Umbria internazionale dilettanti, quando un’auto lo ha travolto. Oggi con la sua carrozzina – fatta su misura per lui – scala montagne, porta in giro per l’Italia il messaggio che i limiti si possono superare, presiede associazioni ed è il vice presidente del Comitato Paralimpico Umbria. Ma soprattutto è riuscito a non abbandonare la sua passione: il ciclismo. Passione che si percepisce chiacchierando con lui, tanto che mi chiede: «Segui il ciclismo?» Ammetto di non saperne molto, ma che mi sono preparata per intervistarlo. La prima domanda è quasi scontata…

 

Luca Panichi, 49 anni

Come le è venuto in mente di scalare le montagne con la carrozzina?

Bella domanda! Subito dopo l’incidente sono stato in Germania in una clinica riabilitativa, lì andavo su in paese – che era in collina rispetto alla clinica – spingendo con le mie braccia la carrozzina. In questo modo mi sono accorto che potevo continuare a essere un ciclista anche stando su una sedia a rotelle. Quando vivevo a Firenze giravo tutta la città e tornavo a Careggi senza prendere mai un mezzo. Stesso discorso a Perugia: frequentavo l’università e non parcheggiavo mai nei posti riservati, lasciavo la macchina in via Ruggero D’Andreotto – vicino all’Hotel Giò – e salivo fino alla facoltà. Mi sono allenato sempre di più fino a che tutto questo non è diventato per me uno sport.

Qual è stata la sua prima scalata?

Nel 2009 ho scalato l’ascesa del Blockouse in Abruzzo, arrivo di tappa al Giro d’Italia: a pochi metri dall’arrivo fui intercettato da Cassani e Bulbarelli, che fecero in diretta la cronaca degli ultimi metri. Da questo episodio ogni anno individuo una tappa con arrivo in salita da scalare. In questo modo posso continuare a vivere la mia grande passione, il ciclismo e portare il mio messaggio: «Rompere il senso del limite».

Tre Cime di Lavaredo, Zoncolan, Stelvio e Gavia: c’è una montagna che le piacerebbe scalare?

La Marmolada e il Passo del Mortirolo, ma anche il Colle di Portet-d’Aspet, che è una tappa del Tour de France. In quel punto morì, nel 1995, Fabio Casartelli, proprio un anno dopo il mio incidente. Sono molto legato alla Fondazione Casartelli e ogni anno partecipo al Gran Premio di Capodarco, comunità che mi ha aiutato nel mio percorso riabilitativo, consegnando il premio all’atleta più combattivo della giornata.

Che sensazione si prova?

Mi sento ancora un ciclista quando salgo su per le salite. Per me non c’è stata frattura, è in continuità col mio sport precedente.

Cosa pensa quando è lì che fatica?

Quando mi alleno spesso mi capita di dire: «Ma chi me lo ha fatto fare!» Poi però penso alle persone che mi seguono, loro sono sempre uno stimolo. Sinceramente, per me sarebbe un sacrificio non fare quello che faccio. È una vera passione!

Prossimo traguardo?

Ad agosto parteciperò al Gran Premio di Capodarco, poi a ottobre rifaccio la scalata dello Zoncolan, ma in condizioni climatiche diverse rispetto alla prima volta.

Parliamo dell’Umbria: qual è il suo legame con la sua regione?

Ho un amore estremo per questa regione. Grazie alla bicicletta ho girato tanti borghi e abbracciato tanti paesaggi. È bellissimo conoscere altre comunità e scoprire posti che, magari, non visiteresti. C’è un ambiente bucolico che si fonde con la storia, anche dei personaggi che l’hanno vissuta: penso non solo a San Francesco, ma anche a Fra’ Giovanni da Pian del Carpine, nativo di Magione proprio come me, che è stato un precursore dei viaggi e di Marco Polo. In pochi lo conoscono!

Girare per Perugia o per l’Umbria – per un disabile – non è come scalare una montagna?

Sicuramente. I borghi umbri hanno una loro configurazione, ma col tempo sono stati fatti degli adeguamenti per renderli più accessibili, la stessa Perugia è diventata più fruibile in alcuni punti. Manca però ancora molto. Si possono fare passi avanti con la visibilità: la persona disabile deve dare il suo contributo, deve dire quello che va migliorato.

Perché è così difficile, secondo lei, rendere tutto accessibile?

È un problema culturale, ma penso che occorra anche un approccio più equilibrato: l’ostacolo va abbattuto, ma anche la persona disabile deve aiutare a migliorare. Occorre un adattamento urbano e un approccio reciproco da entrambe le parti. Le istituzioni vanno stimolate e va cambiata la mentalità con l’educazione, partendo proprio delle scuole. Su questo fronte, anche come vice presidente del Comitato Paralimpico umbro, sono molto attivo.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Romantica, affascinante e ironica.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Casa.

Guarda la gallery dell’ultima settimana di concerti di Umbria Jazz!

Si conclude oggi la mostra Lo spessore della leggerezza, personale di Graziano Marini allestita alla Galleria d’Arte Imago di Perugia.

Da sabato 14 luglio 2018, le carte, le ceramiche e i vetri dell’artista tuderte si sono mostrati in tutta la loro delicata forma, emblema – parafrasando la curatrice Francesca Fortunati – di geometrie sottese, di stratificazioni cromatiche, di mobilità e leggerezza, come pure di cromie luminose e della sapiente passione per i materiali più preziosi e più puri.

 

foto di Claudia Ioan di Officine Creative Italiane

 

foto di Claudia Ioan di Officine Creative Italiane

 

Come il Maestro Marini, nel corso della sua carriera, ha tratto nutrimento dall’incontro con artisti come Vedova, Basaldella, Capogrossi, Arp, e, soprattutto, con il sodale e amico Dorazio, così il vernissage ha offerto l’occasione perfetta per dialogare con Umbria Jazz, che in questi giorni anima le vie del centro storico, attraverso alcuni intermezzi musicali dal vivo del sassofonista Lorenzo Bisogno.

 

foto di Claudia Ioan di Officine Creative Italiane

 

Nella Galleria d’Arte Imago prende allora il via una sperimentazione «che non è mai casuale, estemporanea o improvvisata, ma che procede da intensa passione per il fare arte» sia essa tramite la spatola, il pennello, la carta, il vetro o la ceramica. Frutto quindi di un linguaggio sicuro e vigile il risultato «colpisce ma al tempo stesso allieta, tale a quando si incontra un essere autenticamente bello, di un’avvenenza seducente ed elegante, mai eccessiva, che induce naturalmente a soffermarvisi. Nell’opera [di Graziano Marini] le grandi dimensioni pacificano, muovono l’animo dello spettatore al desiderio della contemplazione, viceversa le piccole esaltano nella vivace intesa fra linee e colori, generando l’urgenza del possesso e del contatto, complici i sopraffini supporti prescelti per valorizzarle».

 

foto di Claudia Ioan di Officine Creative Italiane

 

foto di Claudia Ioan di Officine Creative Italiane

«Se c’è una cosa che accomuna tutti noi» afferma con solenne ironia Francesco Targhetta, autore de Le vite potenziali «è l’uso delle subordinate». 

Ottavo incontro di quella che è una vera e propria tournée letteraria in attesa della proclamazione del vincitore – per la quale bisognerà aspettare settembre – l’Incontro con gli autori del Premio Campiello ha fatto ieri tappa a Perugia.   

Il Campiello


Il Premio Campiello, il cui nome si rifà alla tipica piazza veneziana raccolta attorno a un pozzo – visibile, sebbene in maniera stilizzata, anche nel logo – dal 1963 si pone come uno dei premi letterari più rinomati del panorama culturale italiano 
Dopo il primo, illustre, vincitore – Primo Levi con La Tregua – il Campiello continua a segnalare al grande pubblico numeri autori e romanzi capaci di imprimere nuovi capitoli della storia della letteratura italiana.  

La cinquina finalista

E così sarà per i cinque finalisti – Ermanno Cavazzoni, Davide Orecchio, Helena Janeczek, Francesco Targhetta e Rosella Postorino – tre dei quali sono intervenuti ieri a Palazzo Gallenga, sede dell’Università per Stranieri di Perugia, per parlare delle proprie opere. Un’occasione unica, per i lettori e per i numerosi astanti, di conoscere una produzione letteraria direttamente dalle parole di chi l’ha concepita.  
Si è parlato allora dell’idea, di quei luoghi sospesi in cui nasce e si sviluppa, come pure delle difficoltà incontrate nel trasporla su carta, cercando di preservarla e, al tempo stesso, di renderla fruibile a tutti. Si è discusso delle fonti, delle ragioni più o meno logiche che hanno conferito ai libri il nome che portano, come della struttura narrativa e della caratterizzazione dei personaggi. Il pubblico è venuto a conoscenza di come, durante la stesura, quelli che oggi sono antagonisti si siano in realtà confrontati per risolvere i passaggi più ostici dei rispettivi lavori. E, dando prova di estrema sportività, non sono mancati i riconoscimenti reciproci perché, si sa, le buone idee come tali vanno lodate.   
Helena Janeczek ha poi letto un passaggio del suo La Ragazza con la Leica (Guanda) – già vincitore del Premio Strega –  biografia della misconosciuta compagna di Robert Capa, mentre Davide Orecchio del suo Mio padre la rivoluzione (Minimum Fax), raccolta di racconti in cui i protagonisti – personaggi storici famosi del calibro di Bob Dylan o Trockij – vivono vite parallele, basate sul «cosa sarebbe successo se…». 
È stato infine il turno de Le vite potenziali di Francesco Targhetta (Mondadori), romanzo nerd in cui che dà conto di come la tecnologia sia ormai pervasiva delle nostre vite.  
Un incontro, quello moderato dal giornalista Alessio Zucchini, che ha permesso di aggiungere un nuovo e affascinante tassello alla ricostruzione di un capolavoro: il Premio Campiello 2018 

 

Il 45° anniversario di Umbria Jazz si è aperto con Q85, la celebrazione dell’ottantacinquesimo compleanno di Quincy Jones, ed è proseguito con la street parade dei Funk Off. Prima di scoprire i concerti di questa settimana, ecco alcune foto dei precedenti.

 

 

 


Per il programma completo: www.umbriajazz.com

Il meraviglioso e colorato mondo di Jhoan Miró invade le sale di Palazzo della Corgna a Castiglione del Lago.

“Ubu Roi” (1966)

 

All’interno dell’antico palazzo, progettato dal Vignola e da Galeazzo Alessi, e poi abitazione dei marchesi della Corgna, il visitatore entra in contatto con le opere del maestro catalano. La prestigiosa esposizione, visibile fino al 4 novembre, è un’occasione unica per lasciarsi incantare da inattese visioni e da improvvise libertà espressive che fanno di Miró l’incomparabile Maestro del Novecento di cui è difficile non innamorarsi. Interamente curata da Andrea Pontalti, è promossa dal comune di Castiglione del Lago e organizzata da Sistema Museo e Cooperativa Lagodarte, in collaborazione con Aurora Group.

La mostra

La mostra, dedicata alla scoperta di questo meraviglioso artista, si snoda attraverso settanta opere grafiche appartenenti a quattro serie complete. La mostra espone le opere realizzate tra il 1966 e il 1976, in età matura: Ubu Roi (1966), composta da tredici coloratissime litografie, in cui forme e volumi sembrano potersi muovere liberamente nello spazio. Percorrendo le sale del palazzo si possono ammirare anche Le Lézard aux Plumes d’Or (1971), Maravillas con variaciones acrósticas en el jardin de Miró (1975), in queste opere l’artista catalano si esprime con segni neri e vivaci macchie colorate dal forte impatto visivo. Infine, si può anche apprezzare Le Marteau sans maître (1976), nel quale Miró rende omaggio al poeta René Chair, una delle voci più importanti della letteratura francese del Novecento.
Questi capolavori raccontano il sogno poetico di Miró e quella sua capacità di oggettivare le immagini della fantasia e di esprimerle attraverso un linguaggio assolutamente personale, svelando così il rapporto del maestro catalano con i libri d’artista. Attraverso il percorso espositivo viene scoperto il rapporto complesso tra testo e illustrazione proprio di quegli anni. Miró infatti scriveva: «Ho una certa esperienza per poter realizzare quello che si può definire fare un libro, non illustrarlo, che è sempre qualcosa di secondario. Un libro deve avere la stessa dignità di un’opera scolpita nel marmo».

 

Immersi nel colore

Nelle sue opere i colori e lo straordinario alfabeto di segni sono il risultato della sua incredibile capacità di rinnovarsi e di vivere l’arte con curiosità e versatilità. Gli sfondi neutri vengono macchiati da segni scuri e da colori brillanti, come il blu, il rosso, il verde e il giallo, in una precisa alternanza tra corpi informi e linee curve, per dare vita a vere e proprie visioni oniriche.
«Questa mostra offre uno spaccato interessante e di nicchia su Miró, un artista infinito da conoscere. (…)Visitare la mostra significa immergersi nel linguaggio artistico generato da questo ​straordinario artista». È con queste parole che Andrea Pontalti, il curatore della mostra, descrive le opere del grande artista catalano. La prestigiosa esposizione di Castiglione del Lago è un’occasione unica per lasciarsi incantare dal meraviglioso linguaggio surrealista di Miró. La mostra accompagna il visitatore alla scoperta di quell’alternanza di segni, versi e immagini che solo un’artista eccelso come Jhoan Miró può raffigurare.

 

“Le Lézard aux Plumes d’Or” (1971)

 


Per maggiori informazioni: Palazzo della Corgna

«Avvedutisi li Orsini, tardi, che la grandezza del Duca e della Chiesia era la loro ruina, feciono una dieta alla Magione, nel perugino». Così narrava Niccolò Machiavelli.

Mercoledì 18 luglio inizia l’edizione 2018 de La congiura al Castello, la suggestiva rievocazione di un evento storico intrigante e sanguinoso: l’annientamento sul nascere della cospirazione che nell’autunno del 1502 fu ordita ai danni di Cesare Borgia da parte di alcuni nobili dell’Italia centrale.
L’evento si svilupperà in modo originale e coinvolgente all’interno delle stanze del Castello dei Cavalieri di Malta, alcune appositamente aperte al pubblico per l’occasione. Si tratta di un’iniziativa riportata in auge dal Cral Domenico Cancelloni, che ha colto in questo evento l’opportunità di valorizzare un intero territorio, coniando per l’occasione il motto Rivivi, gusta e ammira, esortazione che prelude a un’esperienza totalizzante e immersiva.

Locandina, grafica digitale di Giorgio Lupattelli

Rivivi, gusta e ammira

Rivivi perché la congiura verrà ricostruita dalla Compagnia teatrale magionese, con la regia di Giampiero Frondini e la direzione artistica di Giorgio Lupattelli. Gli attori ricreeranno nelle suggestive sale del meraviglioso Castello di Magione, quei momenti drammatici in uno spartiacque suggestivo sospeso fra realtà e finzione, coinvolgendo gli spettatori in un intenso percorso esperienziale.
Gusta perché l’esperienza coinvolgerà tutti i sensi: pensata per accontentare anche i palati più raffinati, proporrà infatti cene basate su pietanze dell’epoca, riscoperte e rivisitate da Archeofood.
Ammira perché l’occhio sarà catturato da scene suggestive, impreziosite dai quadri in grafica digitale dell’artista Giorgio Lupattelli.

Il regista Giampiero Frondini, grafica digitale di Giorgio Lupattelli

La presentazione

Durante la conferenza stampa tenutasi giovedì 5 luglio presso la sala Fiume di Palazzo Donini alla presenza della presidente dell’Assemblea legislativa dell’Umbria, Donatella Porzi, del sindaco di Perugia, Andrea Romizi, del sindaco di Magione, Giacomo Chiodini, dell’assessore alla Cultura del Comune di Magione, Vanni Ruggeri e di Marino Marini di Archeofood, Fabio Cancelloni ha sottolineato come iniziative di questo tipo siano fondamentali per richiamare turisti e coalizzare gli abitanti di un territorio che: «Quest’anno ha cominciato a volare. Abbiamo» sottolinea il presidente di Cancelloni Food Service «un patrimonio enogastronomico che fa muovere persone da tutto il mondo e abbiamo iniziato a richiamare grandi network internazionali».
Insomma, è proprio il caso di dire che gli ingredienti ci sono tutti: storia, arte, enogastronomia e, non da ultimo, amore per un territorio che merita di essere promosso e valorizzato con cura, attenzione ai dettagli e voglia di sperimentare, con lo sguardo orientato al futuro ma sempre ancorati alle nostre radici.

 

 


Per maggiori informazioni: http://www.congiura.it

 

«Il mestiere di giornalista ti dà la possibilità di raccontare storie e ogni storia è diversa, ti arricchisce e porta qualcosa nella tua vita».

Alessio Zucchini, giornalista, inviato del Tg1 ed ex conduttore di Unomattina, scatta una foto dell’Umbria, dove è nato e dove conserva i ricordi legati alla famiglia e ai suoi amici d’infanzia. La nostra chiacchierata avviene in serata, dopo che Alessio ha messo a letto i figli, ed è molto rilassata e divertente. Iniziamo con la – oramai classica – domanda sul suo legame con l’Umbria…

 

Alessio Zucchini

Qual è il suo legame con l’Umbria?

Vivo a Roma da 18 anni, ma l’Umbria è – e sarà sempre – il luogo della mia famiglia e dei miei amici d’infanzia. Non torno spesso come vorrei, ma è sempre nel mio cuore. Sono nato a Umbertide e sono rimasto lì fino alla fine della scuola superiore, poi sono andato a Torino per l’università e sono tornato a Perugia per frequentare la scuola di Giornalismo Rai.

Da giornalista e osservatore della realtà: qual è il suo giudizio su questa regione?

La vedo come un’isola felice, un luogo ancora tranquillo e una vera esplosione di colori. Certo, va detto che deve iniziare ad aprire un po’ gli occhi: è un po’ sonnolenta e si è seduta troppo. Dovrebbe diventare più dinamica in alcuni ambiti. È chiusa su sé stessa e i mezzi di comunicazione non aiutano.

Lei vive a Roma, da fuori come si percepisce l’Umbria?

Hanno tutti una bella visione: c’è tranquillità, buon cibo, insomma un posto ideale. Ovviamente, come capita sempre, chi non vive un luogo lo trova sempre molto bello. I romani, ad esempio, hanno un giudizio molto positivo.

I suoi genitori hanno una radio, Radio Onda Libera, quindi è vissuto sempre in mezzo all’informazione. Per questo ha deciso di fare questo lavoro?

Sono nato praticamente in radio. Da ragazzino passavo i pomeriggi sportivi della domenica con i radiocronisti, poi parlavo, registravo e mixavo. Mi divertivo molto! Ovviamente anche questo ha contribuito a farmi scegliere il mestiere di giornalista, ma soprattutto è stata la mia curiosità e la voglia di raccontare il mondo. Sono sempre stato un tipo curioso con la passione per i viaggi e per questo devo ringraziare i miei genitori, che mi hanno trasmesso queste passioni.

C’è un’esperienza lavorativa che lo ha colpito particolarmente?

Nella mia vita ho fatto tanti lavori, dal cameriere al portiere di notte in un albergo quando studiavo a Torino, ma è il giornalismo il lavoro che mi dà ogni giorno la possibilità di raccontare storie e crescere. Ogni volta che esci per un servizio o fai un’intervista scopri qualcosa di nuovo: una vita, un racconto, una nuova realtà. Potrei dire che l’ultimo servizio che ho fatto è stato molto coinvolgente e un’esperienza decisamente forte: sono stato in Libia nei centri di detenzione per i migranti. Sono delle vere prigioni, dei luoghi catastrofici. Quando torni da questi luoghi sei più ricco di esperienze che difficilmente dimenticherai.

Lei è stato presentatore di Unomattina, inviato e anche mezzo busto del Tg1: qual è il ruolo che le piace di più?

L’inviato sicuramente, perché puoi raccontare storie. Ma ammetto che mi piace variare, quindi sono stati divertenti e interessanti anche i ruoli di presentatore, sia di un programma televisivo che del tg. In quest’ultimo caso sei più impostato, ci sono delle regole fisse, mentre a Unomattina sei più libero, anche fisicamente, hai un intero studio per muoverti.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Affascinante, serena, sorniona.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Gli affetti, la famiglia e l’amicizia.

Sindaco di Perugia per 16 anni, realizzò alcune tra le piazze e i palazzi più famosi della città.

Figlio dei conti Vincenzo e Giacinta Oddi Baglioni, ricevette la sua prima educazione nel Collegio della Sapienza e completò gli studi laureandosi in Giurisprudenza nell’Ateneo cittadino dove seguì anche il corso di Archeologia. Il suo amore per le arti e la sua perizia nella pittura gli valsero la nomina dapprima ad Accademico di merito e successivamente a Presidente dell’Accademia di Belle Arti, alto incarico che il Consiglio direttivo gli confermò a vita.
Tenuto in gran considerazione dal partito liberale, il 21 luglio 1848 fu eletto relatore del Consiglio di revisione che doveva giudicare i perugini accusati di tradimento per aver disertato dopo i combattimenti di Cornuda, Treviso e Vicenza ed egli con «maturo e sottile accorgimento» assolse nella sua relazione i concittadini considerando che le «legioni colà riunite, o per clamore delle fazioni, o per altre cause politiche che solo il tempo e la storia disvelerà, si vollero disciolte, anzi disperse ed allontanate dai luoghi di azione»[1].

 

Palazzo della Provincia in costruzione

L'amore per Perugia

Il suo amore per Perugia che venne definito vera e propria «idolatria»[2] lo portò ad impegnarsi in prima persona come amministratore: consigliere comunale e provinciale fino a quando le condizioni di salute glielo permisero, fu Presidente del Consiglio provinciale a più riprese, fece parte di numerose commissioni comunali, provinciali e governative. Fu nei Consigli direttivi del Sodalizio di San Martino, dell’Asilo d’Infanzia e di altre numerose istituzioni cittadine. Fu sindaco di Perugia per 16 anni: la sua figura è stata accostata a quella di una altro primo cittadino coevo, Peruzzi, sindaco di Firenze, perché entrambi condivisero il desiderio di fare della propria città una splendida sede di arte e di studi: l’impegno di Reginaldo Ansidei viene infatti ricordato soprattutto per aver dato notevole impulso agli istituti di educazione, per aver arricchito di tesori la Pinacoteca cittadina ed aver incrementato i rapporti tra Perugia e le altre città italiane ed estere[3]. Alla sua attività come sindaco – iniziata nel 1862 – si deve la creazione sulle fondamenta della distrutta Rocca Paolina di Palazzo Arienti, sede della Prefettura e della Provincia, la sistemazione a giardini della zona retrostante il Palazzo, realizzò la strada pensile che permise l’edificazione di Palazzo Calderini e della Banca d’Italia, fece anche costruire Piazza d’Armi per le esercitazioni militari e la Stazione di Fontivegge[4].

Fede religiosa e fede monarchica

I giornali del tempo ne misero in luce la grande capacità di oratore dall’eloquio «insinuante ed efficace»[5]: «la sua parola correva […] fluida ed animata sulle sue labbra, correva splendida di concetti e di forma; e nell’animo di chi l’ascoltava, se non valeva talvolta ad ingenerare persuasione, lasciava sempre, incalcolabili, la impressione ed il ricordo delle sue idee, della nobiltà dei suoi propositi»[6].
La sua fede religiosa e il suo credo politico democratico furono vissuti da Reginaldo Ansidei a viso aperto e «per rimanere fedele alle proprie convinzioni» non volle ritirare la sua candidatura alle elezioni del 1876 in cambio di un sicuro posto da senatore[7]. Di chiara fede monarchica (ricoprì a lungo la funzione di Presidente dell’Associazione monarchico-costituzionale), fu insignito della Commenda dell’Ordine Mauriziano e della Croce di Cavaliere della Corona d’Italia. Alla sua morte, avvenuta dopo tre anni di malattia, persino i suoi avversari politici dovettero riconoscere in lui un uomo «di un ingegno non comune, di un sentire delicato, di ottimo cuore, di una volontà per natura portata a far del bene» che aveva amato «a fede la sua città»[8].

 


[1] G. degli Azzi, s.v., in Dizionario del Risorgimento nazionale, v. 2, Milano, Vallardi, 1930, p. 81.

[2] Reginaldo Ansidei, «La Provincia», 11/2/1892.

[3] «L’Unione liberale», 8/2/1892.

[4] Per il conte Reginaldo Ansidei, «L’Unione liberale», 9-10/2/1892.

[5] «Il Paese. Rivista settimanale dell’Umbria», 10/2/1892.

[6] Per il conte Reginaldo Ansidei, «L’Unione liberale», 9-10/2/1892.

[7] «L’Unione liberale», 8/2/1892.

[8] «Il Paese. Rivista settimanale dell’Umbria», 10/2/1892.