22 Jun 2018
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Il Perugino e l’estate del 1503

di Renata Covi

L’estate a Firenze è torrida, laggiù in basso, sotto l’Appennino e lontano dal mare. Anche Perugia è lontana dal mare, ma almeno è in cima a una collina e c’è sempre una bavetta di vento che rinfresca.

 

Sicuramente in quel caldo luglio del 1503 Pietro Vannucci stava rimpiangendo la sua città. Lavoro e famiglia lo avevano portato a Firenze e lì era costretto a sopportare il caldo. Ci sono dei momenti in cui il caldo toglie anche la forza di pensare, nemmeno sapere che a settembre l’estate se ne va, riesce ad alleviare la sensazione di essere dentro un forno e di cuocere a fuoco lento.
Però lui doveva lavorare anche con il gran caldo e, mentre lavorava, succhiava i suoi confetti.  Il suo pusher di fiducia era Di Giovanni che gli procurava, a caro prezzo, quelle piccole delizie che rallegravano le lunghe ore da passare seduto davanti alle tele. Di Giovanni era lo speziale della farmacia Al Giglio, ed era abituato ad ascoltare le richieste degli artisti, e non stiamo parlando d’imbianchini o spaccapietre, ma dell’Olimpo dell’arte italiana del Rinascimento.

Il pittore in nero

Nelle sfere più alte dell’Olimpo c’era lui, il pittore dal viso tondo e grassottello, fronte alta, capelli lunghi sul collo, berretto in testa, guance e naso rubizzi, e un’elegante giacca di velluto nero. Il Perugino si è ritratto così, nella Sala del Cambio a Perugia, si è ritratto come un uomo non giovane e sempliciotto. Sembra affetto da couperose, quella malattia che dilata i capillari facendo venire le guance rosse, ma forse soffriva di fragilità capillare oppure era stato molto all’aria aperta. Questa seconda ipotesi è poco probabile, dato che allora i pittori lavoravano perlopiù dentro lo studio oppure in chiesa.
Pietro Vannucci da Città della Pieve, detto il Perugino, era stato uno dei più influenti pittori della sua epoca, e come tutti i migliori, aveva lavorato a Roma per il Papa e per le grandi committenze. Il Perugino e i suoi colleghi – i pittori del Rinascimento – non usavano molto il nero perché colore del lutto. Preferivano i colori delicati che si sposano meglio con la serenità annunciata da «quant’è bella giovinezza… chi vuol esser lieto sia». Pietro Vannucci usa il nero nel Compianto del Cristo morto e nelle Deposizioni perché il dolore richiedeva anche tratti di nero. Invece nei suoi ritratti indossa sempre una giacca nera, forse perché era alla moda tra gli artisti. Anche nel ritratto fatto dal suo allievo, indossa una giacca nera molto elegante e in testa ha un berretto nero abbinato alla giacca. Quell’allievo, che era Raffaello, ha dipinto con affetto il grande maestro mentre guarda lo spettatore con aria seria, con lo sguardo intenso di una persona intelligente. Raffaello e Perugino, allievo e maestro.

 

Il Perugino in un ritratto di Raffaello e Lorenzo di Credi, Galleria degli Uffizi

Confetti con un cuore

Nel luglio 1503 l’artista lavorava e mentre lavorava succhiava i confetti con l’anima di semi di coriandolo. I confetti si succhiano e in bocca il piacere dura a lungo. D’altronde il Perugino era un signore benestante che poteva permettersi i confetti e mantenere con larghezza la famiglia. I coriandoli confetti, che a lui piacevano, erano noti fin dai tempi dei romani perché ritenuti digestivi, tanto che li aveva fatti servire anche Lorenzo de’ Medici alla fine del suo pranzo di nozze.
Lo speziale Di Giovanni registra che in luglio i garzoni del pittore, una volta Donato un’altra volta Jacopo, sono andati a prendere tre once di confetti, in tutto circa due etti, ma hanno portato a casa anche altre specialità medicinali: zuccheri rosati e violati, cotognate e altre squisitezze erano le preparazioni medicinali del tempo.
Se Mary Poppins cantava: «basta un poco di zucchero e la pillola va giù», all’inizio del Cinquecento lo zucchero lavorato costituiva la pillola. Zucchero e mele cotogne erano la base da elaborare con spezie e sughi di piante, fino a formare dei solidi a forma di dattero, di manina, di tondino anche di morselletto.
Perugino si trattava come un ricco petroliere e non badava certo a spese per soddisfare il suo piacere e curare la sua grande famiglia, perché i prodotti che lui acquistava erano, come scritto nel Ricettario Farmaceutico Fiorentino del 1498: «solo per ricchi e potenti».

 

I malanni della famiglia Vannucci

Purtroppo non tutto era roseo. Nel 1503 la sua fama di Vannucci vacillava perché avanzavano le nuove tendenze che volevano più forza e più tormento nella pittura e nella scultura. La serenità dell’Umanesimo non era più di moda e non corrispondeva alla durezza dei tempi. Vedere di non essere apprezzato e addirittura criticato, com’era accaduto alla corte dei Gonzaga, aveva lasciato il segno, e lui dormiva male. Di Giovanni gli prepara delle pilloline di Diacodio e altre di Fumosterno, che contenevano papavero per schiare l’umor nero e conciliare il sonno. Così almeno si credeva.
I registri dello speziale sono preziosi, perché lui ha annotato tutti gli acquisti dei suoi clienti permettendoci di conoscere, negli anni, le malattie che circolavano nella famiglia Vannucci. Apprendiamo così che stomaco e intestino erano i suoi punti deboli e anche quelli della moglie. Mandavano spesso a prendere la polvere di Cassia e di Agarico agarico che sono piante lassative, e si permettono anche la Trifera persica.
Questo rimedio di antica origine persiana, da cui il nome Persica, era una preparazione molto complicata e conteneva tutte le piante che svolgono un’azione lassativa: prugne e agarico, ma anche rose rosse, olio di viole e viole secche. Allora non si guardava alla ricerca o alla modernità, allora si pensava che un rimedio antico fosse garanzia di efficacia. Infatti si usavano anche pezzetti di mummia, perché se la mummia aveva passato tanti millenni senza distruggersi voleva dire che era sicuramente efficace. Punti di vista.
Tante volte il maestro mandava a prendere «cose stomachiche» cioè dei rimedi buoni per il curare lo stomaco della moglie. Di Giovanni consegna tante volte ai garzoni queste «cose stomachiche» e prepara anche un «sacheto di erbe a lo stomacho della donna». Chiara Fancelli, figlia di un famoso architetto fiorentino, era la moglie e la madre dei cinque figli del Perugino. Lui aveva dipinto decine di volte la Madonna. L’aveva dipinta al momento dell’Annunciazione, l’aveva dipinta mentre adorava il Bambino e con il Bambino in braccio. Per dipingere la Madonna si era servito sempre di modelle giovani e belle e forse, la più bella, è stata proprio Chiara Fancelli, che sembra essere stata di fragile costituzione. Forse erano stati i parti a debilitare la salute della donna.
I prodotti che uscivano dalle spezierie antiche erano dei rimedi con indicazioni varie, e molti erano considerati una panacea, cioè erano dei rimedi che curavano tutto – dalla peste al mal di testa, alle pulci del cane. A casa Vannucci entrano due preparati che sono quasi delle panacee, ma che potrebbero aver a che fare con il parto. Infatti la pomata Infrigidante di Galeno era considerata anche un aiuto per le doglie, mentre l’acqua di capelvenere era ritenuta utile nel dopo parto. Sarà vero? Non lo sapremo mai.
Però lo speziale Di Giovanni ha fatto scendere dall’Olimpo il Perugino, lo ha portato vicino a noi che soffriamo di mal di stomaco, che prendiamo l’influenza, che facciamo fatica a dormire e che amiamo succhiare delle cose buone. Quando vi troverete tra le mani dei confetti al coriandolo ricordatevi che hanno attraversato i secoli e che sicuramente piacevano al Divin Pittore dalla giacca nera.

 


  1. A. Covi, New sources for the study of italian Renaissance art., 1969.
  2. Covi, Tacuinum de’ spezierie, Perugia, ali&no, 2017.
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Renata Covi

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