21 Aug 2018
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Natura Naturans

di Paolo Aramini

«Esistono cammini senza viaggiatori. Ma vi sono ancor più viaggiatori che non hanno i loro sentieri», scriveva Gustav Flaubert tra quelle pagine ingiallite dalle polveriere della Francia post-rivoluzionaria.  

Homo viator, espressione più compiuta del peregrinare umano e di quella genealogia di antichi viandanti che, sin dalle origini, hanno guardato e ambito l’orizzonte in quelle esperienze che si manifestano secondo moti circolari, in quella perfezione geometrica che si riflette nell’animo umano attraverso le armoniche e disarmoniche combinazioni della mente. E allora viene quasi spontaneo svestire gli abiti del turista e indossare quelli del viaggiatore, di quello spirito errante eternamente insoddisfatto, capace di viaggiare nella memoria come in un attimo sfuggente, in un universo chiuso eppure senza confini. Viaggi che si rinnovano in strade e sentieri tortuosi che diventano santuari di pellegrini e viandanti, luoghi ancestrali che trascendono tempo e spazio capaci di restituire all’errare umano quell’intima accezione assopita nell’inconscio collettivo, quello spirito arcaico che traduce nel peregrinare terreno il senso più stretto dell’esistenza umana.  

Ed è proprio da una strada, la Provinciale 477, che ha inizio l’ascesa all’Altopiano di Castelluccio: una vasta depressione originata da una distensione tettonica verificatasi circa un milione di anni or sono, ha tracciato il profilo di una terra che sa rivelarsi tanto umana quanto selvaggia.
L’idea di una natura primitiva che rimanda verosimilmente all’inaccessibile foresta pluviale amazzonica sembra quasi rivivere nel cantico marmoreo di quei massicci rocciosi, in quei silenzi sovraumani che suggeriscono all’animo umano la direzione da intraprendere per elevare lo spirito a fuoco fatuo, a spirito errante capace di librarsi oltre le perentorie correnti ascensionali che incatenano il corpo all’effimero. Una terra i cui luoghi sembrano custodire una doppia memoria. Una visibile a tutti, e una silenziosa, impenetrabile, segreta quasi occulta.

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È il caso del Lago di Pilato, situato a 1940 metri sopra il livello del mare presso il Monte Vettore, da sempre teatro di una duplice esistenza. Una che sembra quasi identificarsi nel battito cardiaco di un crostaceo funambolo, il Chirocefalo del Marchesoni, che vive in equilibrio precario tra il rischio di estinzione e la speranza di sopravvivenza. E una misteriosa, quasi mistica, animata dalle ombre di sinistre figure ritratte dalla tradizione popolare nelle vesti di fate e sibille. Il fascino arcaico esercitato dal lago maledetto ha origine nei meandri della psiche umana, laddove albergano le paure e le superstizioni che sono il fondamento della magia e dell’occulto. Uno specchio d’acqua che, dal 1200, assiste a un continuo via vai di maghi e negromanti. Cornici inquiete di scenari dolomitici inquadrano scorci lapidei, dominati da un borgo che appare sidereo nel gelo innevato del poggio su cui sorge, Castelluccio, avamposto lunare di una civiltà contadina di cui ancora oggi si respira la presenza. Luoghi dell’infinito e dell’ignoto, di inghiottitoi naturali che conducono al centro della terra e scalinate di marmo che portano al cielo. 

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Se all’infinito si addice il monocromo, l’Altipiano di Castelluccio si sottrae a questa crudele legge cromatica. Tonalità pastello che stupiscono per la leggerezza con cui si manifestano sembrano quasi sciogliersi sotto la pioggia primaverile che annuncia l’arrivo della Fioritura, trionfo di colori e risultato ultimo dell’isolamento e della selezione naturale a cui la flora locale è stata sottoposta attraverso le annuali attività agricole. Una natura che differisce da quella titanica tanto cara ai romantici e da quella sognante dell’Arcadia, una natura che è sorella dell’uomo, una natura francescana, custodita nel flebile canto del vento. Natura Naturans, perpetua azione generatrice di Dio che rende il creato perfetto dettandone costantemente il fluire secondo le leggi della sua propria necessità razionale. 


Fonti:

Gustav Flaubert, Lettere a Louise Colet, 1846-48, Milano, Feltrinelli, 1984.

 

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