18 Feb 2018
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Da simbolo di martirio a quello di matrimonio: la curiosa storia del Torcolo di San Costanzo.

Di torture, come di morti e di passio, l’agiografia cristiana è piena. Studiando i primi secoli di vita del culto, tuttavia, è più facile imbattersi nei cosiddetti martirologi storici, ovvero in quei calendari, diffusi fin dal II secolo, in cui venivano riportati i nomi dei santi e il luogo della loro morte. In seguito, a queste liste fu aggiunta la vita – del martire o del confessore – e una descrizione del decesso: il documento senza dubbio più famoso è il Martirologio Geronimiano, così chiamato per l’inesatta attribuzione a San Girolamo.

dolci tipici umbr

Qui e in copertina: torcolo di San Costanzo, foto di Sandri dal 1860

Gli Antonini e gli anti-imperiali

È già in questo vetusto documento, compilato a Roma nel IV secolo, che appare il nome di San Costanzo, uno dei tre patroni della città di Perugia insieme a San Lorenzo e Sant’Ercolano, tradizionalmente festeggiato il 29 gennaio – e per questo soprannominato il santo della gran freddura, a indicare le basse temperature del periodo.
Siamo al tempo dell’impero di Marco Antonio: sebbene gli Antonini non siano passati alla storia per la loro sete di persecuzione, le fonti storiche danno testimonianza di un periodo piuttosto travagliato, in cui tutte le carestie, le invasioni e le epidemie venivano imputate agli adepti del nuovo culto. È vero, non fu emanato un vero e proprio editto contro i Cristiani, ma si usò a guisa di legge un rescritto imperiale del 176 che minacciava l’esilio della nobiltà romana e la condanna a morte dei plebei che avessero insistito nel diffondere religioni altre rispetto a quella ufficiale. Studiosi posteriori come Voltaire, affermano invece che i primi Cristiani furono perseguitati per il loro atteggiamento anti-imperiale, responsabile di un clima civile piuttosto teso. Per crimini politici, insomma.
In qualsiasi modo la si metta, è indubbio: i martiri ci furono eccome ma, senza dubbio, l’atteggiamento eroico di tali figure, dando esempio al popolino, ebbe un effetto pressoché contrario a quello desiderato.

Il Santo che ammicca

È il caso di Costanzo, primo vescovo e protettore della città. Il console Lucio lo fece immergere in un paiolo d’acqua bollente, dal quale il futuro santo uscì praticamente illeso; dopo essere stato condotto in prigione, riuscì a scappare convertendo i custodi. Arrestato di nuovo presso la casa di un certo Anastasio, fu condannato alla decapitazione, pena che venne comminata intorno al 170 a Foligno, in una località conosciuta come Il Trivio. Sembra che in questa zona – chiamata Campagna di San Costanzo – vi fosse persino una chiesa a lui dedicata, demolita nel 1527.

chiesa-sancostanzo

Chiesa di San Costanzo, foto di Diocesi Perugia

Dopo il martirio, le spoglie di Costanzo furono traslate in un luogo detto Areola, fuori da Porta San Pietro a Perugia, e lì trovarono sepoltura: sarà proprio in quella zona defilata che sorgerà la Basilica a lui intitolata (consacrata nel 1205).
È in quello stesso edificio che le ragazze nubili, ogni 29 gennaio, interrogano l’immagine del santo:
«San Gostanzo da l’occhio adorno, famme l’occhiolino sinnò ‘n ci artorno!»
(Trad. «San Costanzo dagli occhi belli, fammi l’occhiolino altrimenti non torno più!»)
Sembra infatti che, per particolari giochi di rifrazione, il Santo ammicchi alle fanciulle destinate al matrimonio. Ma solo a quelle nubili e vergini; a tutte le altre spetta un premio di consolazione, donato necessariamente dai fidanzati: il Torcolo di San Costanzo.

Forme che parlano

La forma di questo ciambellone, arricchito di gustosi quanto rari ingredienti – cedro candito, uvetta, pinoli, semi di anice – ricorda in effetti un anello nuziale; ma altre interpretazioni la vogliono ora rappresentazione della corona di fiori apposta sul corpo ricomposto di Costanzo, ora collana di pietre preziose sfilatasi durante la decapitazione. Per alcuni, la forma di ciambella ne avrebbe solo agevolato il trasporto durante le fiere e i mercati: si potevano infilare diversi torcoli lungo dei semplici pali. E forse non è un caso che San Costanzo, nell’iconografia ufficiale, sia rappresentato proprio con un bastone. Un’ulteriore interpretazione, senza dubbio più macabra e triviale, assimila invece il foro al collo reciso del santo, mentre le cinque incisioni sulla superficie, che ne rivelano la preziosa composizione, richiamano le cinque porte della città.
Cinque sono anche i doni arrecati, ogni anno, dalle autorità civili. Simboli di concordia, la corona di alloro della Polizia Municipale, il cero del Sindaco, l’incenso del Consiglio Pastorale Parrocchiale, il vin santo e il torcolo fatto dagli artigiani, vengono offerti prima della tradizionale luminaria all’interno della Basilica. Seguono la Grande Fiera in Borgo XX Giugno e, naturalmente, la degustazione del prelibato torcolo.

La luminaria, foto di Umbria24

La ricetta (di Rita Boini)

INGREDIENTI:

500 g di farina

125 g di zucchero

100 g di olio

75 g di cedro candito fatto a pezzetti

125 g di uvetta

50 g di pinoli

12 g di semi d’anice

30 g di lievito di birra

Un pizzico di sale

 

PREPARAZIONE:

Versate la farina a fontana sulla spianatoia, ponete all’interno della fontana il lievito sciolto in un po’ di acqua tiepida, impastate tutta la farina con acqua tiepida in quantità sufficiente a ottenere un impasto dalla consistenza del pane e ponetelo in una terrina capace. Coprite con un panno pulito e tenetelo in un luogo tiepido e lontano da correnti d’aria, almeno fino a quando il volume dell’impasto non sarà raddoppiato. Versatelo quindi sulla spianatoia e unite gli altri ingredienti. Lavorate bene e dategli la forma di una ciambella, che porrete in una teglia unta. Fate lievitare per due-tre ore, quindi informate a 180° e lasciate cuocere per 40-45 minuti.

Il torcolo di San Costanzo veniva consumato a Perugia il 29 gennaio, giorno del santo, che è uno dei tre patroni della città. A volte si preparava in casa, ma più spesso si acquistava dai fornai, poiché questo è un tipico dolce da forno. Negli anni Cinquanta-Sessanta uno dei forni più rinomati era quello di Fusaro, che tra l’altro si trovava in corso Cavour, non lontano dalla chiesa di San Costanzo. Le ragazze perugine, in particolare, ne regalavano uno al fidanzato. L’usanza del torcolo di San Costanzo è tuttora sentita in città e, anche ora che si trova in commercio tutto l’anno, il 29 gennaio forni e pasticcerie si riempiono di torcoli. A Pianello, il 3 febbraio, giorno di San Biagio, patrono del paese, si prepara il torcolo di San Biagio, che è simile. Il torcolo di San Giuseppe, che viene consumato a Montone il giorno del santo, differisce dai primi due solo per la mancanza di semi d’anice e per il fatto che non viene consumato per la festa del patrono, che in quella cittadina è San Gregorio Magno.

 


Fonti:

www.stradadeivinicantico.com

www.turismo.comune.perugia.it

www.santiebeati.it

  1. Trotta, Diario (gastronomico) umbro, Perugia, Aguaplano, 2011.

Voltaire, Dizionario filosofico, 1764, in https://www.scribd.com/doc/98861647/Voltaire-Dizionario-Filosofico-Integrale

INGREDIENTI:

400 g di farina

 

PREPARAZIONE:

Versate la farina a fontana sulla spianatoia, unite acqua fredda e lavorate energicamente fino a quando non avrete ottenuto un impasto piuttosto sostenuto. Ricavate dalla pasta tanti pezzetti e arrotolateli uno ad uno fino ad ottenere degli spaghetti grossi e irregolari. Cospargeteli di farina e fateli asciugare per qualche ora prima di lessarli. I bigoli devono essere piuttosto duri anche dopo la cottura.

 

 

Questi spaghettoni, che si trovano con il nome di pici anche in Toscana, nelle Marche come pincirelli e nel Lazio come tonnarelli, si trovano con nomi diversi e con qualche differenza in tutta l’Umbria. Bigoli è il nome eugubino; a Lisciano Niccone, dove vengono preparati con la pasta da pane, il loro nome è bringoli. A Terni sono conosciuti con il nome di ciriole (che è anche il termine dialettale per le anguillette). A Perugia e a Tavernelle umbricelli, come a Todi (dove però sono conosciuti anche con il nome di strozzapreti), e umbricelli sono anche a Orvieto. A Baschi e Otricoli, dove sono fatti sempre con la pasta di pane, si chiamano manfricoli. Nello spoletino e nel ternano, con lo stesso impasto ma a forma di tagliatelle strette e spesse, si preparano gli stranagozzi o strengozzi, detti così per la loro somiglianza con le stringhe per le scarpe.

 

I condimenti per queste paste rustiche, ma gustose, sono semplicissimi. Quelli più in voga sono:

  1. Sugo con olio, pomodoro, aglio e prezzemolo (a volte con l’aggiunta, piuttosto recente, di peperoncino piccante)
  2. Sugo di funghi, rosso o in bianco.
  3. Sugo con olio, alici e cipolla.
  4. Sugo semplice di pomodoro.
  5. Sugo con asparagi.
  6. Salsa di tartufo nero.

 

Nello spoletino, la salsa ai funghi per gli strangozzi veniva preparata con i funghi detti sanguinosi (lactarius deliciosus).

 

Per gentile concessione di Calzetti – Mariucci Editore

Preci appartiene al Club de
I Borghi Più Belli d’Italia

 


Imboccando il sentiero 505 da Triponzo verso Visso, si risale il tortuoso corso di un torrente. Lo chiamano lu raiu de la scafa, laddove raiu, derivato da gravarium, indica una deiezione di pietrisco. A tratti sarà necessario guadare il fiume, cercando di non scivolare sulle rocce bagnate, e cercando di distinguere gli ostacoli dai giochi d’ombra della cupola di fronde sopra la propria testa. Poi le pareti di roccia, dritte e lisce come se fossero state tagliate con una lama, ci attireranno in una forra angusta, richiamandoci con l’ipnotico suono dell’acqua scrosciante.

valnerina

La cascata de Lu Cugnuntu, foto di Maurizio Biancarelli

Lu Cugnuntu

Siamo in Valnerina, a pochi chilometri dal borgo di Preci, dove il fosso di San Lazzaro e il Fosso Acquastrino si gettano in quella che è una vera e propria ferita negli strati calcarei di Scaglia Rossa che caratterizzano la zona. Non a caso, la forra è chiamata Lu Cugnuntu, la congiunzione – dal latino coniunctio, anche se non si esclude una derivazione volgare di coniuntius, una sorta di condotto idraulico. Giunti ai piedi della congiuntura, si viene investiti da una nube di aerosol, sprigionata dall’acqua che precipita per ben ventiquattro metri.

 

 

A monte, le calcareniti – rocce piuttosto resistenti all’erosione –  hanno infatti creato un dislivello tale da dare origine a uno spettacolo maestoso, quasi soverchiante per quell’angusta fenditura. Sebbene le guide consiglino di intraprendere questa escursione in primavera, quando la prospettiva di bagnarsi non crea più particolari problemi, è in inverno che la forra sprigiona tutta la sua magica atmosfera. Non è solo per la gittata maggiore propria della stagione, ma anche per le basse temperature che, congelando l’aerosol, creano arazzi di ghiaccio a decorazione delle ripide pareti.

Acque miracolose

In tempi antichi si credeva che queste acque avessero poteri terapeutici, come quelle vicine di Triponzo e di Madonna della Peschiera. La convinzione era tale che, nel 1218, venne persino creato un lebbrosario, favorito anche dalla posizione isolata. In una pergamena del 1342, si legge come Razzardo di Roccapazza – Roccapazza era un castello che fu completamente distrutto dal terremoto del 1328 – avesse donato un terreno, in parte coltivato e in parte adibito a pascolo, al borgo di San Lazzaro in Valloncello. Per alcuni Razzardo fu influenzato da San Francesco, o almeno dall’ideologia francescana che cominciava a prendere piede; in ogni caso la struttura che venne costruita, annessa all’omonima chiesa, fu affidata dapprima ai monaci dell’Abbazia di Sant’Eutizio, poi ai frati minori e ai francescani.
Dalla stessa pergamena si evince che i malati potevano vivere nel lebbrosario con le proprie famiglie, ma non potevano in nessun caso allontanarsi, figurarsi lasciarlo. Veniva servito del cibo ritenuto prodigioso, come la carne di vipera di montagna. Allo stesso modo, sappiamo che i superiori godevano del privilegio di ordinare il ricovero ai malati delle diocesi di Spoleto, Camerino e Ascoli, anche se i parenti non approvavano.
Il lebbrosario – di cui sono ancora visibili le navate centrali della chiesa annessa – fu soppresso nel 1490 da Papa Innocenzo VIII, perché fortunatamente i casi di lebbra stavano scomparendo.

 

Preci

La mappa

 

Cascata de Lu Cugnuntu:
Latitudine 42°51’04”N Longitudine: 12°59’19”E
Quota massima: 620 m
Tempo di percorrenza: 2h
Lunghezza: 1,75 km
Dislivello: +220 m / -220 m
Punti d’acqua: 3
Valore scenico: alto
Sito panoramico: basso
Modalità di accesso

    • a piedi: facile
    • in bici: difficile
    • A cavallo: media
    • In auto: non consentito

Stagioni consigliate: tutte
Consigli per l’escursionista: munirsi di scarpe impermeabili e di caschetto

 


Fonti:

R. Borsellini, Riflessi d’Acqua – Laghi, fiumi e cascate dell’Umbria, Città di Castello, Edimond, 2008.

M.Biancarelli, L’Umbria delle Acque, Ponte San Giovanni, Quattroemme, 2003.

www.lavalnerina.com

www.iluoghidelsilenzio.it

Int.Geo.Mod srl (a cura di), Parco geologico della Valnerina, Spoleto, Nuova Eliografica s.n.c..

«Il terremoto raccontato dai media è stata una vera fake news per l’Umbria. L’ha danneggiata nell’immagine e nel turismo».

Matteo Grandi

Matteo Grandi

 

Giornalista, scrittore, autore tivù. Matteo Grandi è tutto questo. Ma soprattutto è un attento osservatore dell’Umbria: nei suoi post sui social, la bacchetta e la coccola, come fa chi vuol bene veramente a qualcuno. Una terra che definisce unica, ma in cerca di un’identità.

Qual è il suo legame con l’Umbria e Perugia?

Affettivamente strettissimo. A Perugia ho casa e la mia attività principale. Anche se spesso sono fuori e non sempre mi godo la mia terra, i miei luoghi e le mie abitudini come e quanto vorrei.

Lei che è un esperto di comunicazione, come potrebbe l’Umbria comunicare al meglio e far conoscere le sue potenzialità e le sue bellezze?

Non è una domanda a cui si può rispondere su due piedi. Occorre una strategia, un piano a monte che sappia valorizzare le diverse nature e le varie inclinazioni della nostra terra, che ha uno straordinario patrimonio artistico e culturale, che a livello naturalistico è unica, che custodisce un misticismo unico, ma che è anche connotata dal dinamismo di manifestazioni culturali di primo livello, da attrattori come le dimore d’epoca e i percorsi del cashmere, da prodotti agroalimentari d’eccellenza e da ottimi vini.

Su cosa dovrebbe puntare?

Senza ombra di dubbio sulla sua unicità.

Il suo libro Far Web affronta il tema delle fake news: qual è la più grande bufala uscita sull’Umbria? (Se c’è)

Quella veicolata da tutti i media mainstream sul terremoto. L’Umbria è stata colpita seppur in maniera drammatica davvero in una piccolissima parte. Eppure per mesi giornali e telegiornali non hanno fatto altro che raccontare e parlare di un’Umbria terremotata. Questa pessima informazione ha danneggiato in maniera incredibile la nostra immagine e il nostro turismo.

L’Umbria dal di fuori è vista come un’oasi felice da molti, poi la realtà è diversa: questo potrebbe essere considerata una fake news, in un certo senso? 

L’Umbria credo che sia un’isola felice in cerca di identità. Diciamo che più che una fake news potremmo vederla come una dichiarazione d’intenti.

Ovviamente ha anche dei lati positivi…

Qualità della vita come in poche altre regioni in Italia.

Direttore della rivista Piacere Magazine, autore tv, scrittore: qual è il mestiere che le piace più fare?

Più che un mestiere un atto: quello di scrivere. In qualsiasi forma. Non so se è la cosa che mi riesce meglio, ma sicuramente è quella che mi piace di più e che non a caso fa da comune denominatore a tutte le cose che faccio.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Unica, intrigante, verde.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Che andrebbe collegata meglio: strade, treni e arei. Sul fronte dei trasporti, se vogliamo fare il salto di qualità.

Citerna appartiene al Club de
I Borghi Più Belli d’Italia

 


Per alcuni ha origine a Siena, durante la furiosa epidemia di peste del 1348, quando un medico aveva preso l’abitudine somministrarlo ai malati; per altri, invece, sembra sia nato da un’esclamazione volata nella mensa del Concilio di Firenze del 1439 e da un malinteso. Quale che sia la storia, è indubbio che il vinsanto debba il suo attributo a qualche proprietà particolare, magari miracolosa. O forse alla sacralità del procedimento che serve per ottenerlo.

vin santo

Le uve per il vin santo

Un lavoro da farsi con la luna calante

«Vuoi assaggiare questo nettare? Ma questo non è un vinsanto, è un nettare! Oh amabile sorbetto, nettare prezioso e delicato». (Goldoni)

Bevanda da dessert dal colore ambrato, il vin santo è il prodotto più fine delle uve Trebbiano e Malvasia, come pure del Grechetto, del Cannaiolo, della Vernaccia e di San Colombano. In Toscana è ottenuto anche da uve San Giovese, tanto da essersi guadagnato l’epiteto di Occhio di Pernice. Quali che siano gli uvaggi scelti, la creazione del vin santo presuppone una scelta: i grappoli migliori, a uno stato di maturazione non troppo avanzato – in modo che le bucce possano resistere all’appassimento – vengono raccolti e appesi per tre, o addirittura quattro mesi, in modo che appassiscano. Era credenza diffusa che i grappoli, singoli o coppidi, cioè doppi, non sarebbero marciti se fossero stati appesi in fase di luna calante (o dura).
Diffuso nell’Alta Valle del Tevere e nella vicinissima Toscana, il vin santo acquista però a Citerna quella nota affumicata che lo ha reso Presidio Slow Food. Le vaste pianure sottostanti il borgo, come pure l’abbondanza d’acqua, avevano infatti permesso alla zona di essere eletta a luogo ideale per la coltivazione del tabacco, destinato ai Monopoli di Stato. Così, per ottimizzare gli spazi, grappoli e foglie venivano appesi alle travi del soffitto in modo che potessero seccarsi col calore delle stufe e dei camini. Fonti di calore che, inevitabilmente, finivano per sprigionare anche del fumo, donando alle uve il tipico retrogusto di affumicatura.

 

Una fermentazione difficile

Il vin santo ormai passito viene poi pigiato e fatto fermentare – con o senza vinacce – in caratelli di legno con una capienza che oscilla dai 15 ai 50 chilogrammi. Le dimensioni di questi contenitori la dicono lunga sulla qualità della bevanda che si finirà per ottenere. Innanzitutto danno la misura della produzione del vin santo, estremamente contenuta: mediamente un quintale d’uva, una volta terminata la fase di essiccazione, arriva a pesare 30-35 chilogrammi, e deve essere ancora pigiato.
In seconda istanza, contenitori di tali dimensioni permettono di sacrificare solo una piccola parte della preziosa annata, nel caso qualcosa dovesse andare storto in fase di fermentazione. Questo passaggio è infatti estremamente delicato: dato il forte appassimento, il mosto del vin santo ha una concentrazione zuccherina molto elevata che, a sua volta, comporta un alto tenore alcolico. L’agente lievitante contenuto nella pruina – la sostanza cerosa che ricopre gli acini proteggendoli dai raggi ultravioletti e dalla disidratazione – difficilmente riesce a sopravvivere a tenori alcolici superiori al 13%, e qui stiamo parlando di valori che possono raggiungere anche il 19%.
I produttori, per arginare questo problema, si servono della feccia delle annate precedenti, ovvero di una specie di deposito che, conservato di anno in anno e ripartito nei vari caratelli, è capace di stimolare la fermentazione. A questo proposito, la feccia viene chiamata madre e, dal momento che rimane anche nel legno dei caratelli stessi, questi vengono riutilizzati senza essere prima lavati.

Il vino ambrato

Una volta riempiti per ¾, i contenitori vengono sigillati e stoccati –in passato venivano posti in soffitta, in modo che fossero esposti alle escursioni termiche, ritenute benefiche – e lì rimangono per almeno tre anni. L’incertezza sulla buona riuscita del vino aleggia fino all’apertura dei caratelli, quando si saprà se la feccia madre sia riuscita o meno a far fermentare il mosto, salvandolo dal marcescenza. È curioso che, a Citerna, proprio il vin santo venisse usato per ammorbidire le foglie del tabacco che, sottratte al Monopolio di Stato, venivano nascoste in casse di latta e sepolte nei campi. Tuttora, in Toscana, i fumatori di sigaro sono soliti inzupparli nel vin santo per gustarli meglio.

 


Sitografia:

www.fondazioneslowfood.com/it/presidi-slow-food/vinosanto-affumicato-dellalta-valle-del-tevere/

www.ilportaledelleosterie.it

www.wsimag.com

«Un curioso personaggio è imprigionato nel teatro, per respirare ancora la polvere del palcoscenico, il profumo della cipria, per ascoltare romantiche melodie… e per rimuovere un sipario, quando lo spettacolo non è di suo gradimento. Angelino, il fantasma del teatro, ha preso sul serio la sua parte e la sua recita non è finita» (Igea Frezza, Pagine dell’Umbria)

Interno del teatro di Amelia

 

Ogni teatro, o quasi, ha il suo Fantasma dell’Opera. Il Teatro Sociale di Amelia non sarà certo il Teatro Massimo di Palermo, dove si aggira l’anima di una misteriosa suora, ma può comunque vantare la presenza di un simpatico fantasma che scorrazza tranquillo tra un palchetto e l’altro. È Angelino, o almeno così è stato ribattezzato dal custode del teatro, che ha sempre un gran da fare: quando spegne le luci il fantasma si diverte a riaccenderle e quando le accende Angelino le rispegne. La leggenda narra però che lo spettro tema il pubblico e che quindi si dilegui a ogni spettacolo. Ma non ha paura degli artisti. «Anzi, pare che gli piaccia molto assistere alle prove e che le segua nascosto nell’ombra nel secondo ordine di palchi. Qualche attore sostiene di averlo visto passare, avvolto nel mantello fino al naso e con un cappello a larghe tese, dietro l’ingresso di platea per salire ai piani superiori, e qualcun altro dice che, quando Angelino si accomoda su questo o quel palco, si libera del mantello con un gesto maestoso, facendolo fluttuare nell’aria e buttandoselo dietro alle spalle».

La fondazione

Il Teatro Sociale di Amelia nacque dallo sforzo di un gruppo di nobili e di borghesi della città, allora fiorente centro dello Stato della Chiesa, che nel 1780 si riunì e decise di costruire un nuovo teatro. Il 23 febbraio del 1782 si tenne la congregazione di fondazione, presieduta dal marchese Orso Orsini, alla quale parteciparono i primi ventisette soci che poi furono presto portati a trentasei. Il progetto, così come la direzione dei lavori, furono affidati al conte Stefano Cansacchi, architetto molto stimato anche oltre i confini dello Stato ed esponente dell’Accademia perugina del disegno. Della stessa Accademia faceva parte anche il giovanissimo Gian Antonio Selva che dieci anni dopo realizzò il Gran Teatro la Fenice di Venezia straordinariamente simile al modello amerino. Non solo nell’architettura, ma anche nell’impostazione e nella decorazione.

I restauri

Negli anni sono stati numerosi gli interventi di restauro e di ammodernamento. Nel 1823 fu aperta la fossa orchestrale o golfo mistico, per rispondere alle esigenze imposte dal nuovo modello di opera lirica. Poi nel 1866 furono eliminate le due grandi statue che il Cansacchi aveva messo a ornamento dei due lati del proscenio e furono realizzati sei palchi di proscenio, che, in aggiunta ai quarantaquattro preesistenti, portarono il numero totale dei palchi ai cinquanta attuali, distribuiti su tre ordini (diciassette per ognuno, con lo spazio centrale del primo ordine occupato dalla porta d’ingresso) oltre all’ampio loggione.

 

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Il sipario

Gli affreschi

Tra il 1880 e il 1886 Domenico Bruschi, artista celebre per numerosi interventi in altri teatri, tra cui il Caio Melisso di Spoleto, fu chiamato a decorare e affrescare la sala. A lui si deve anche il telone raffigurante il leggendario assedio di Amelia da parte del Barbarossa, affiancato all’altro di fattura settecentesca, e il vivace affresco che decora la volta della sala principale. L’ultimo restauro, terminato nel 2006, ha consentito il recupero dello spazio esterno adattato a teatro all’aperto (duecentoventi posti circa) che comprende anche il belvedere sottostante che si apre sulla vallata. Il sotterraneo invece è stato adibito a una sala attrezzata di tutti i comfort.

I meccanismi

Il teatro amerino è uno dei rari esemplari di teatro settecentesco realizzato interamente in legno, dalle strutture ai meccanismi scenici tuttora perfettamente funzionanti. Il teatro, tutt’oggi di proprietà della stessa società sorta per la sua realizzazione, ha ospitato tutte le maggiori opere liriche del repertorio italiano settecentesco e ottocentesco, con la partecipazione dei più grandi artisti italiani e stranieri, nonché spettacoli di musica sinfonica e cameristica. Inoltre l’ampio  palcoscenico (di notevole altezza) è stato utilizzato come scenografia per quarantadue film tra i quali Il Marchese del Grillo con Alberto Sordi e Le avventure di Pinocchio di Luigi Comencini, con Nino Manfredi. Il Ministero dei Beni Culturali ha dichiarato il Teatro di Amelia monumento di particolare interesse storico e artistico.

 


Bibliografia

  1. Frezza, Pagine dell’Umbria, Perugia, Morlacchi editore, 2009
  2. Petrignani, Care presenze, Neri Pozza, 2004
  3. Ghedina, Guida ai fantasmi d’Italia. Dove cercarli e trovarli, Odoya, 2017

Sitografia

http://www.teatrostabile.umbria.it

 

Per saperne di più su Amelia

(Per 6 persone)

 

INGREDIENTI PER LA POLENTA:
  • 500 g di farina di granoturco
  • Sale

 

INGREDIENTI PER IL CONDIMENTO:
  • 12 puntarelle (costine) di maiale
  • 500 g di funghi di bosco
  • 500 g di pomodoro passato
  • 2 spicchi d’aglio
  • 1 bicchiere di vino bianco secco
  • 8 cucchiai di olio extravergine d’oliva
  • Sale
  • Pepe

 

PREPARAZIONE:

Preparate una normale polenta. Ponete uno spicchio d’aglio sbucciato in una casseruola insieme a poco olio; fate insaporire, quindi unite i funghi affettati. Salate e fate perdere loro l’acqua in eccesso, per 10-15 minuti. In una padella, mettete l’altro spicchio di aglio e olio rimasto, lasciate soffriggere e unite le puntarelle spezzate in due. Lasciate rosolare, spruzzate di vino e, quando sarà evaporato, aggiungete il pomodoro passato e i funghi. Salate, pepate e portate a termine la cottura. Sformate la polenta, copritela con il sugo e servitela.

 

La polenta con le puntarelle e i funghi è tipica del ternano, ma un po’ in tutta l’Umbria si usa la polenta coi funghi. Un tempo si impiegavano solo quelli di bosco.

 

Per gentile concessione di Calzetti – Mariucci Editore

Barbara Petronio mostra orgogliosa il David di Donatello vinto, lo scorso marzo, per la miglior sceneggiatura originale del film Indivisibili diretto da Edoardo De Angelis.

Barbara Petronio

 

Nata e cresciuta a Terni, ha iniziato giovanissima a lavorare come sceneggiatrice, per questo vanta già la scrittura di tante serie tivù e film di successo: da A.C.A.B. a Romanzo Criminale – la serie, da Suburra – la serie a Distretto di Polizia, da R.I.S. – Delitti imperfetti a Mozzarella Stories, fino al Mostro di Firenze e Le mani dentro la città. Ma il suo sogno nel cassetto è una storia su Terni, la sua città.

Qual è il suo legame con l’Umbria?

Sono nata e cresciuta a Terni anche se la mia famiglia non è di origini umbre, bensì per metà siciliana e per l’altra metà un misto di origini scozzesi, abruzzesi e anche un po’ romane.

Se l’Umbria fosse un film, quale film sarebbe?

La grande abbuffata.

Perché questo accostamento?

Ho sempre associato l’Umbria a grandi mangiate.

Le è mai venuto in mente di scrivere un soggetto o una sceneggiatura su Terni o l’Umbria?

Sì, l’Umbria è piena di bellissime storie, ho nel cassetto una storia proprio su Terni che mi piacerebbe raccontare. Ogni tanto la ritiro fuori e ci lavoro nei ritagli di tempo. Chissà che prima o poi non la finisca…

Da Terni al David di Donatello: è stata una strada lunga? Ho letto che tre personaggi fondamentali sono stati la maestra delle elementari, Roberto Benigni e il produttore cinematografico Pietro Valsecchi…

Beh sì, lo sono stati in tre momenti molto diversi della mia vita. La maestra ha dato l’incipit, mi ha fatto capire la bellezza delle storie e della fantasia, Benigni è stata la mia prima esperienza su un set. Lì ho capito cosa significa girare un film, quanto è complesso e quanti sforzi richieda. Valsecchi mi ha fatto esordire, mi ha messo in condizione di lavorare su serie importanti quando ero giovanissima. Una rarità per l’Italia.

 

film

Indivisibili, scritto da Barbara Petronio, Edoardo De Angelis e Nicola Guaglianone

Un pregio e un difetto del cinema italiano…

In passato il cinema italiano è stato originalità, potenza drammaturgica e verità. Ora lo è un po’ meno ma ogni tanto escono dei piccoli gioielli frutto della nostra tradizione cinematografica e della nostra fantasia. Il difetto del momento direi la ripetitività.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Mistica, rigogliosa, forte.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Casa…

 

Per saperne di più su Terni

Come già avvenuto altre volte nella Storia, anche in questo caso da un piccolo lembo di terra ferito nel cuore del “Cuore d’Italia” possono germogliare semi di futuro per il Paese e l’Europa.

Montanari testoni

 

Quattro documentari, quattro storie che raccontano la rinascita della Valnerina. A un anno dal sisma che ha colpito l’Italia centrale, quattro documentari, scritti, prodotti e realizzati con il progetto Restart. Comunità resistenti da MenteGlocale – laboratorio permanente di comunicazione sociale, con sede a Perugia – raccontano le storie di una terra, la Valnerina umbra, che ha reagito ai danni materiali e morali del terremoto.
Norcia, Campi, Cascia, Ruscio: il sisma ha colpito le popolazioni toccandole negli affetti, nelle abitudini e nelle piccole e grandi sicurezze della vita di tutti i giorni. Questi “montanari” sono stati feriti ma non sconfitti, e in alcuni casi hanno saputo reagire alle difficoltà rimboccandosi le maniche. Scritto da Filippo Costantini, Giorgio Vicario e Daniele Suraci, che ne ha anche curato regia e montaggio, il progetto Restart. Comunità resistenti è stato realizzato con il contributo del Corecom Umbria, attraverso il bando Tv di Comunità 2017.

I quattro documentari

I quattro docu-film cercano di raccontare le storie di questi territori, le storie poco conosciute o che in pochi raccontano. Persone e luoghi sono i protagonisti, che vanno oltre il terremoto e che cercano di rimboccarsi le maniche per ricominciare e andare avanti.

 

  • Montanari testoni

Nata nel novembre 2016 a Norcia, dentro una tenda da campo, l’associazione Montanari Testoni è stata promossa da un gruppo di giovani del territorio per affrontare insieme le avversità legate al terremoto. Per parlare e confrontarsi sulla situazione personale e collettiva e per proporre attività di partecipazione, condivisione, collaborazione e promozione culturale dedicate agli abitanti di Norcia. Da centro di raccolta di beni alimentari e vestiti, a vero e proprio centro sociale, il container ha ospitato in questi mesi – e continua a farlo – riunioni di condominio, laboratori per bambini, cineforum e molto altro, fino alle prove della celebre Corale di Norcia, rimasta senza una sede, ed è diventato ormai un punto di riferimento fondamentale per tutta la comunità nursina.

 

suore-cascia

Le suore di Cascia

 

  • Rita

A Cascia, dopo la scossa del 30 ottobre 2016, diversi edifici sono risultati inagibili, ma tranne pochi casi non ci sono stati crolli. Per questioni di sicurezza, per la prima volta nella storia di Cascia la Basilica di Santa Rita è stata chiusa e le suore Agostiniane di clausura hanno dovuto abbandonare il Monastero, facendovi rientro dopo alcune settimane. È in questo contesto che si racconta la vita all’interno del Monastero di clausura delle Suore di Cascia e il rapporto dei casciani con Santa Rita: in una Cascia colpita dal sisma l’icona della Santa è una presenza concreta di speranza per il futuro.

 

 

  • Maddalena

Ruscio è una piccola frazione del Comune di Monteleone di Spoleto composta di case a due piani, palazzi storici, tre chiese, due piazze, un ponte e tante fontane. Il borgo si sviluppa lungo una sola via tagliata da un ponte che divide Ruscio di sopra da Ruscio di sotto. La frazione, dove vi risiedono stabilmente settanta persone, non ha subito molti danni. I segni materiali dei recenti terremoti ci sono, ma non sono fortissimi: i danni forse più evidenti sono nelle persone e sono legati alla paura dello spopolamento, al timore che almeno per qualche anno non sarà più come prima. Ogni anno d’estate i rusciari sparsi nel mondo ritornano nella piccola frazione umbra per passare le loro vacanze, ripopolando case che per buona parte dell’anno sono custodite con cura dai pochi abitanti stabili del paese. Il 24 agosto viene celebrata la tradizionale Cena dei Rusciari, momento irrinunciabile per salutarsi prima di tornare ai propri luoghi di residenza. Nel 2016, a causa del terremoto, la cena è stata annullata.

 

  • Doctormonster

Back to Campi è il sogno di Roberto Doctormonster Sbriccoli, muratore-dj di Campi, frazione del Comune di Norcia fortemente colpita dalle scosse del 2016. La parte alta della frazione è zona rossa, tutte le case sono inagibili, e diverse sono quelle crollate. Tra la parte alta e quella bassa del paese sorge la sede della Pro Loco, una struttura inaugurata appena 4 giorni prima del terremoto del 24 agosto 2016 e costruita dagli abitanti di Campi guidati da Docmonster. Una struttura antisismica in classe 4 che è stata da subito utilizzata come centro d’accoglienza per l’emergenza. Nelle settimane successive alla scossa agostana ha ospitato fino a novanta persone, rivelandosi fondamentale per offrire riparo e assistenza ai campesi. Animatore e coordinatore dello spazio è stato Docmonster, che è anche il presidente della Pro Loco. Sono stati giorni difficili, carichi di sconforto e nervosismo, ma quel luogo è stato fondamentale. Oggi molti degli abitanti di Campi vivono nei container e nelle casette di legno appena consegnate.
Docmonster ha un sogno che si chiama Back to campi, un progetto da 4 milioni di euro che ha l’obiettivo di costruire su di un terreno appena acquistato dalla Pro Loco un centro polifunzionale per il turismo e lo sport. È un progetto che ha l’obiettivo di fornire una struttura completa e dotata di tutti i servizi a chi d’estate verrà in vacanza (prima del sisma erano in molti a scegliere questo luogo per le vacanze estive) in queste zone ed ha l’ambizione di essere un centro polifunzionale per i ritiri pre campionato delle squadre dei diversi sport. Docmonster si è messo in testa di realizzare questo progetto.

 

Norcia

 


Per vedere i video al completo: http://www.menteglocale.com/

 

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